Ci sono danni che non fanno rumore: la normalizzazione del danno non arriva all’improvviso, non interrompe la giornata e non costringe a fermarsi, ma si manifesta in quei piccoli malesseri quotidiani che impariamo a chiamare “normali”.
Sono quei piccoli malesseri quotidiani che impariamo a chiamare “normali”: è così che avviene la normalizzazione del danno.
La stanchezza costante.
Il gonfiore dopo aver mangiato.
La pesantezza, l’acidità, il bisogno di “qualcosa di dolce” per tirare avanti.
Non sono misteriosi.
Sono segnali chiari.
Ma quando li provano in molti, smettono di sembrarci un problema.
È così che il danno diventa normale.
Mangiamo e stiamo male, ma diciamo “capita”.
Dormiamo poco e male, ma diciamo “è la vita”.
Il corpo manda segnali, ma impariamo a ignorarli perché ignorarli è più semplice che ascoltarli.
Non è resilienza.
È assuefazione.
La normalizzazione del danno non nasce da cattive intenzioni.
Nasce dall’abitudine, dalla fretta, dal fatto che “lo fanno tutti”.
Quando un comportamento è condiviso, non lo mettiamo più in discussione.
Il cibo non fa eccezione.
Abbiamo imparato a scegliere in base a ciò che è veloce, economico, socialmente accettato.
Non in base a ciò che nutre davvero.
Non in base a ciò che ci fa stare bene nel tempo.
E così il corpo diventa qualcosa da gestire, non da rispettare.
Qualcosa da silenziare, non da ascoltare.
Il problema non è chi mangia “male”.
Il problema è un sistema che rende normale ciò che logora
e straordinario ciò che cura.
Un sistema in cui prendersi cura di sé sembra eccessivo,
mentre stare costantemente un po’ male è diventato la regola.
Eppure il corpo è onesto.
Non mente.
Non ragiona per abitudini sociali.
Quando un alimento è buono e sano, il corpo lo riconosce.
Quando non lo è, prima o poi lo segnala.
Per questo ciò che è buono e sano non è caro.
È prezioso.
Come tutto ciò che previene invece di riparare.
Come tutto ciò che lavora per noi, non contro di noi.
La normalizzazione del danno non avviene in un giorno.
E allo stesso modo non si esce da questa logica con gesti estremi o rivoluzioni improvvise.
Si esce tornando ad ascoltarsi.
Facendo una scelta alla volta.
Rimettendo il cibo — e il corpo — al loro posto: non come lusso, ma come atto quotidiano di cura.
Perché stare bene non dovrebbe essere un’eccezione.
Dovrebbe essere il punto di partenza.

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